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Montereale Valcellina: la casa dei dolii |
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Lo scavo
Prima del restauro
Il restauro
Le analisi di laboratorio
I materiali
La lavorazione dei metalli: il rame
La lavorazione dei metalli: il ferro
I giacimenti minerari
L’interpretazione storica dei
dati
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Che cosa si era conservato della casa?
Che cosa è stato rinvenuto nello scavo?
Come si conservano nel terreno i metalli?
Quali indagini preliminari devono venir eseguite?
Quale tecnica di intervento è stata adottata?
Come è stata garantita la conservazione nel
tempo?
Quali obiettivi ci si è proposti?
Quali sono i metodi adottati?
Quali risultati sono stati ottenuti?
Quali oggetti sono stati rinvenuti nella casa?
Quali attività testimoniano?
Dove erano collocati prima dell’incendio?
Quali erano le tecniche di estrazione e
lavorazione del rame?
Quali erano le tecniche di estrazione e
lavorazione del ferro?
Da dove proveniva la materia prima?
Vi sono notizie di miniere in Friuli
nell’antichità?
Vi erano giacimenti nel circondario di
Montereale?
Chi erano gli abitanti della casa?
Quando e perché scoppiò
l’incendio che distrusse l’edificio?
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Lo scavo della casa dei dolii |
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Il vano interrato rinvenuto nella parte
settentrionale del terrazzo di Montereale Valcellina, in via Castello,
costituisce l’unico ambiente conservato di un edificio verosimilmente a
due piani. Il vano era quadrangolare con i lati lunghi sei metri,
orientato con gli angoli ai punti cardinali e scavato per circa due metri
al di sotto del piano di campagna nelle ghiaie del substrato alluvionale.
Le pareti dell’ambiente interrato erano
formate da tavole orizzontali e da pali verticali fondati su travi per
mezzo di incastri. Le travi erano collocate su blocchi di pietra posti in
fila lungo il perimetro a circa 50 centimetri dal taglio nelle ghiaie:
l’intercapedine così creata, riempita da ciottoli lastre e blocchi di
pietra, garantiva l’isolamento della parete lignea dal substrato.
Al centro del vano, ad una quota
inferiore del piano pavimentale, era collocata una grande lastra circolare
di pietra su cui doveva poggiare un palo che con ogni probabilità
sosteneva un soppalco posto in parziale copertura dell’ambiente e forse
anche una parete divisoria.
La ricostruzione della parte fuori
terra della casa, sicuramente più ampia di quella interrata e
probabilmente articolata in più ambienti, è ancora dubbia. Di essa sono
state ritrovate alcune parti franate all’interno: rivestimenti pavimentali
in argilla e pietrisco e strutture murarie a secco e intonacate.
Un incendio ne causò la distruzione: le
pareti in legno crollarono e investirono ogni cosa presente nella casa: al
loro cedimento seguì il franamento all’interno delle pietre e ghiaie che
si trovavano a retro, delle sue sponde e di parte delle strutture poste
immediatamente all’esterno dell’ambiente interrato. Ciò provocò il
soffocamento del fuoco e il mantenimento allo stato di carbonizzazione
della maggior parte degli elementi lignei. Questo particolare stato di
conservazione ci permette, ora, di proporre la ricostruzione degli alzati
delle pareti (fig. 2). Più tardi, la grande fossa, già in parte riempita
dai crolli, venne colmata intenzionalmente e il terreno livellato (fig.
4).
Sulla base dei dati di scavo sappiamo
che fu abbandonato nella casa tutto quello che si trovava al momento
dell’incendio e che nessuno dopo la distruzione, andò a recuperare quanto
era rimasto sepolto. Ciò consente di ricomporre un quadro abbastanza
completo delle attività che si svolgevano all’interno dell’edificio e
nelle immediate vicinanze.
In associazione ai resti di pavimento
del piano fuori terra è stata trovata una gran quantità d’orzo in spighe
carbonizzate ed i frammenti delle ceste che le contenevano. Parte di un
cesto, altri cereali e legumi combusti sono stati ricuperati anche sul
pavimento del vano interrato. Qui e tra i resti delle strutture in crollo
sono stati rinvenuti, assieme a pani di argilla cruda, parti di arredi e
utensili lignei carbonizzati, olle di impasto grezzo e fine, scodelle,
coppe-coperchio, tazze, bicchieri e quattro grandi dolii schiacciati in
posto, perline di pasta vitrea, macine, frammenti di corno di cervo e
numerosi oggetti di metallo (fig. 3).
Data la grande quantità di reperti e la
ricchezza della documentazione raccolta durante lo scavo, lo studio, il
restauro e la rielaborazione dei dati dovranno necessariamente proseguire
a lungo. Gli obiettivi da raggiungere sono numerosi: la conservazione
degli oggetti, il riconoscimento della loro funzione e cronologia, la
ricostruzione dell’alzato della casa, del suo arredo con l’originaria
collocazione degli oggetti, la definizione della funzione del vano
interrato, delle attività che si conducevano ed infine il riconoscimento
dell’ambito culturale di riferimento.
I primi ad essere restaurati e studiati
sono stati gli oggetti di metallo: si presentano qui alcune delle
problematiche affrontate durante il restauro ed alcuni dei risultati
raggiunti.
S.C.
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Prima del restauro |
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I manufatti metallici, soprattutto
quelli di bronzo e di ferro, sono soggetti a processi di corrosione,
perché la superficie del metallo reagisce con l’ossigeno dell’aria o
dell’acqua, o i sali portati dal terreno. Queste condizioni favoriscono la
formazione di prodotti di trasformazione, sali e/o ossidi, che hanno una
consistenza diversa dal metallo di origine e un volume maggiore. In
particolare il ferro si trasforma in prodotti di corrosione così
voluminosi da rendere, spesso, irriconoscibili gli oggetti (figg. 6 e 7,
1-2). I metalli tendono, infatti, a ritornare allo stato originale di
partenza, cioè minerale. I prodotti di corrosione più comuni, i carbonati,
i solfati, i solfuri e gli ossidi, sono infatti i componenti dei minerali
da cui vengono estratti i metalli. Solo l’oro e l’argento sono meno
soggetti a queste trasformazioni.
Gli oggetti di metallo vengono usati,
rotti, aggiustati, persi, fino a quando finiscono sepolti negli strati
archeologici, dove inizia la trasformazione in prodotti di corrosione che
si stratificano conformandosi in “patine” le quali diventano importanti
fonti di informazione. Le sostanze organiche (cuoio, tessuti, legno ecc),
ad esempio, che si trovano a contatto di metalli nel corso del loro
degrado, rimangono impregnate di prodotti di corrosione solubili che ne
sostituiscono progressivamente la struttura e, in taluni casi, ne
conservano la forma.
L’uso e le modalità d’uso dei manufatti
lasciano dei segni, le usure. Esse sono pertinenti alle funzioni del
manufatto e testimoniano la vita dell’oggetto, come per esempio
l’assottigliamento delle parti dove si verifica l’articolazione, lo
strofinio dell’oggetto portato o usato, l’affilatura dei taglienti di
spade e coltelli, le tacche da colpi inferti o ricevuti. Il loro
riconoscimento è reso più complicato dalla modifica della superficie su
cui si è venuta a creare l’usura a causa della corrosione e dallo
stratificarsi dei prodotti di trasformazione sulla stessa superficie.
Vi sono anche i segni di lavorazione o
le tracce di questi, utili all’individuazione di tecniche impiegate per la
realizzazione del manufatto: per esempio linee guida incise per eseguire
decorazioni; tracce che indicano il tipo di strumento usato per il taglio
o la martellatura, la punzonatura, l’incisione, per l’esecuzione di fori.
Quanto finora esposto dovrebbe essere
sufficiente a dare una idea della difficoltà dell’intervento di restauro
che da un lato deve rendere leggibile l’oggetto nella sua forma e
decorazione, dall’altro deve documentare e conservare tutto ciò che fa
parte della storia dell’oggetto.
Lo studio dei manufatti che precede il
restauro è fondamentale per rendersi conto di quali dati può fornire
quell’oggetto e quali indagini tecnico-scientifiche sono necessarie per
prefigurare le operazioni e le metodiche d’intervento più idonee alla
conservazione e alla documentazione dei dati presenti sul manufatto.
L’ operazione di restauro inizia con la
documentazione fotografica di ogni singolo oggetto, con particolare
riguardo alla conformazione e aspetto della patina e alle tracce in essa
conservate. Queste si possono anche registrare con foto al microscopio
stereoscopico, di norma usato per una attenta ricerca di ogni indizio
utile a formulare ipotesi sull’uso e sull’ambiente di conservazione (fig.
5).
Si giunge così ad osservazioni
preliminari di carattere diagnostico: si determinano cioè le
caratteristiche strutturali del manufatto, lo stato di conservazione, i
processi di corrosione in atto, la struttura e la qualità della patina e
dei prodotti di trasformazione che la costituiscono.
A volte si ritiene opportuno far
seguire questa indagine da un’analisi chimica qualitativa dei prodotti di
corrosione. Si ricorre spesso, inoltre, all’esecuzione di lastre
radiografiche, in particolare per gli oggetti di ferro, tendenti ad
individuare sul manufatto eventuali decorazioni non chiaramente visibili,
aspetti strutturali, tecniche di lavorazione e punti di connessione tra
elementi o metalli di diversa natura (fig. 7, 2-6).
Il tutto si documenta su di una scheda
dove vengono indicate le metodologie dell’intervento di restauro eseguito
nel rispetto delle norme dettate dalla “Carta del restauro” e le
osservazioni dedotte dallo studio dei prodotti di corrosione, dalla loro
strutturazione, e di tutte quelle evidenze rilevate e riconducibili alla
produzione e all’uso del manufatto.
A.R., M.S.
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Il restauro |
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Dopo la fase preliminare di
osservazione e raccolta di informazioni e di documentazione, inizia
l’intervento di restauro vero e proprio, quello che si svolge manipolando
l’oggetto, modificandone l’aspetto, asportando ciò che si ritiene non
idoneo ad essere conservato o dannoso alla conservazione e la cui
asportazione consente di aumentare la nostra conoscenza del manufatto. I
rischi di questa operazione consistono nella sua non reversibilità.
L’eventuale errore, quale l’asportazione con mezzi non idonei al caso
specifico, la rimozione di elementi non rilevati o da lasciare perché
pertinenti al manufatto ed alla sua storia, non è rimediabile. Poco
consolatoria è l’opportunità di riconoscere l’errore quando esso è ormai
compiuto.
La pulitura quindi, consiste
nell’asportazione dei depositi che contengono poca informazione, sono
dannosi alla sua conservazione, impediscono una lettura nella forma, nella
articolazione e nei particolari decorativi. Spesso la conservazione di
tutti tre i livelli di informazioni non è possibile perché essi sono tra
loro inconciliabili per cui è necessario scegliere quale è più opportuno
conservare. Si possono trovare residui di tessuto che non nascondono la
forma del manufatto, come pure può accadere che questo strato non renda
leggibile una decorazione. Spesso una patina fragile, pulverulenta o
decoesionata dal nucleo metallico sottostante, costituisce l’unica
documentazione attestante la superficie originale dell’oggetto stesso,
come succede a volte con le monete, la cui iscrizione consente la loro
datazione e quella del contesto di rinvenimento. Oppure, per i manufatti
completamente mineralizzati che conservano tracce di decorazioni o
addirittura la forma dell’oggetto, non è consentito rimuovere i prodotti
di corrosione anzi si interviene consolidando per aumentare la possibilità
di conservazione. Pertanto bisogna scegliere tra rendere visibile la
decorazione, strappando lo strato che documenta la presenza di tessuto o
conservare intatto il residuo organico, documentando la decorazione con
radiografia o una ricostruzione grafica ipotetica. A volte si trovano
delle mediazioni effettuando la pulitura su alcune aree e conservando allo
stesso tempo le maggiori evidenze sulle altre.
Su alcuni oggetti, o in particolari
situazioni, l’intervento di pulitura è talmente delicato che viene
eseguito operando con l’ausilio del microscopio (fig. 8), comunque quasi
sempre avviene sotto lente d’ingrandimento.
La pulitura viene eseguita con
strumenti meccanici come il bisturi che viene usato per tagliare i
depositi, oppure con microfrese, punte, dischi abrasivi, spazzoline
rotanti montate su trapano a frusta come quello usato dai dentisti o dagli
orafi. Si usa talvolta una microsabbiatrice, apparecchio ad aria compressa
che spruzza sulla superficie da pulire un materiale abrasivo come l’ossido
di alluminio, o microsfere di vetro, o, in casi più delicati, noccioli di
frutta polverizzati, che disgregano o staccano gli strati da asportare.
Questo strumento si usa spesso nella pulitura dei manufatti di ferro. Su
manufatti di bronzo di indubbia solidità, si può eseguire anche una
pulitura con ultrasuoni attutiti da un getto d’acqua.
In alcuni casi si esegue una pulitura
chimica, cioè si asportano i prodotti rendendoli solubili con sostanze
chimiche, come acidi o sali o resine scambiatrici di ioni. Se la buona
riuscita della pulitura meccanica dipende dalla manualità dell’operatore e
dalla sua esperienza, la pulitura chimica dipende molto dalle prove e
dalle caratteristiche dei prodotti da asportare.
Mentre l’intervento meccanico si
articola in una sequenza temporale e permette in qualsiasi momento di
controllare il risultato e di sospendere l’operazione o di cambiare metodo,
al contrario la pulitura chimica consente di osservare il risultato solo
al termine dell’applicazione.
Nei metalli vi sono dei sali come i
cloruri di rame o gli idrossidi di ferro e la limonite che in determinate
condizioni ambientali favoriscono una corrosione che, innescata, si
autoproduce (corrosione ciclica). Questi prodotti non vengono asportati
completamente con la pulitura meccanica. Gli oggetti, pertanto, se le
condizioni strutturali o costitutive lo consentono, vengono sottoposti a
specifici lavaggi in acqua distillata con idonei prodotti come
tensioattivi o inibitori di corrosione che estraggono i sali nocivi dalle
patine e dal metallo, sfruttando la porosità e le fessurazioni. Per
valutare l’esito di questi lavaggi, eseguiti su agitatori elettromagnetici,
quasi sempre riscaldando blandamente la soluzione, si eseguono tests
qualitativi che rivelano la presenza degli ioni tipici dei sali nocivi,
cioè lo ione di cloro e zolfo.
Quando la presenza di questi ioni non
viene più riscontrata nella soluzione, si può concludere il lavaggio,
perché i sali non vanno più in soluzione. A volte i lavaggi durano alcune
settimane. Questo risultato consente di affermare che non si portano più
in soluzione i sali, ma non si può essere certi della loro totale assenza
in quanto essi possono essere annidati dove le soluzioni non riescono a
penetrare.
Per questi motivi, spesso, a seconda
dell’oggetto, dei materiali, della strutturazione delle patine, si passa
all’applicazione di inibitori, cioè soluzioni che trasformano i prodotti
nocivi in sali meno sensibili alle condizioni ambientali, come l’umidità e
l’ossigeno, chimicamente più stabili e meno soggetti a trasformazioni
chimiche. L’inibitore più usato per gli oggetti di bronzo è il
benzotriazolo in soluzione alcolica, mentre per il ferro ci sono più
prodotti, ma di solito si usa una soluzione alcolica di acido tannico.
Solo sui manufatti di bronzo si
effettua il test dell’esposizione, per settantadue ore, in ambiente ad
alta umidità creata artificialmente per accertare se la corrosione ciclica
si è attivata: nel caso si fosse verificata si rende necessario un
ulteriore intervento di stabilizzazione chimica. I manufatti di ferro,
invece, avendo una superficie più articolata non consentono un controllo
certo dell’avvenuta attivazione della corrosione ciclica. Più semplice è
l’intervento di restauro su manufatti di piombo in quanto questo elemento
metallico non presenta particolari problematiche conservative.
Infine gli oggetti vengono protetti con
l’applicazione di uno strato di vernice trasparente, che cambi l’aspetto
dell’oggetto il meno possibile, in termini di lucentezza; la protezione
agisce come una ‘superficie di sacrificio’ su cui si vanno a depositare
gli elementi presenti nell’ambiente come il pulviscolo e impedisce il
contatto diretto con ioni nocivi presenti nell’aria, consentendo allo
stesso tempo la normale manutenzione di pulizia museale.
Nel caso, assai comune, di oggetti in
frammenti si procede alla ricostruzione mediante incollaggio con prodotti
che siano reversibili e che non reagiscano chimicamente con l’elemento
costituente l’oggetto. Di solito si usano collanti polivinilici,
cianacrilati, epossidici.
Per conferire stabilità strutturale o,
in alcuni casi, per rendere più leggibile il manufatto incompleto, si
eseguono le integrazioni delle lacune, consistenti nel rifacimento delle
parti mancanti; esse devono essere individuabili nella loro forma e
dimensione ed essere di materiali compatibili, che abbiano cioè
caratteristiche fisiche e meccaniche simili al materiale costituente
l’oggetto, che siano chimicamente inerti, di facile asportazione e meno
resistenti del materiale costituente l’oggetto. Inoltre l’integrazione
deve avere un aspetto che la distingue dall’originale senza differenziarsi
in modo tale da essere preponderante rispetto al manufatto. Nel caso degli
oggetti metallici della casa di Montereale Valcellina per le integrazioni
sono state usate resine epossidiche caricate con inerti e pigmenti
colorati, per conferire l’aspetto cromatico più idoneo.
A.R., M.S.
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Le analisi di laboratorio |
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Le analisi di laboratorio possono essere utili alla comprensione dei fenomeni di degrado dei reperti, al fine di impostare una corretta salvaguardia e conservazione degli stessi nel tempo, ma possono fornire anche ulteriori importanti elementi alla conoscenza degli oggetti. Le analisi a cui vengono sottoposti i reperti archeologici sono finalizzate al raggiungimento di due principali obiettivi:
1. il riconoscimento della composizione
chimica dell’oggetto mediante analisi chimiche, ad esempio la
spettrofotometria di assorbimento atomico, l’analisi per attivazione
neutronica. Questo tipo di ricerca determina la qualità e la quantità (in
valore percentuale) dei singoli elementi e composti chimici presenti nel
reperto;
2. la ricostruzione delle antiche
tecniche di fabbricazione, attraverso le analisi radiografiche e
metallografiche che vengono utilizzate per comprendere i metodi di
lavorazione tra cui, in particolare, i trattamenti termici (ricotture o
temprature) subiti dall’oggetto, attraverso l’osservazione della
distribuzione, forma e dimensione dei grani cristallini che costituiscono
la struttura.
La maggior parte di queste tecniche di
indagine è completamente o parzialmente distruttiva. I prelievi dei
campioni devono quindi essere eseguiti solo dopo aver valutato
attentamente l’importanza dei dati ottenibili, senza deturpare o
modificare nel suo aspetto il reperto e precludere la possibilità di
condurre analisi ulteriori: spesso negli oggetti la composizione chimica,
infatti, può variare da punto a punto a causa di fenomeni legati alla
fusione e al raffreddamento.
Sulla base di queste considerazioni,
tra gli oggetti di Montereale Valcellina, sono stati scelti soltanto una
barretta di ferro, un nodulo ferroso, e un lingottino di una lega di rame
non definibile.
La barretta è stata sottoposta
all’analisi metallografica: dopo aver prelevato un campione con una
sezione trasversale di forma quadrangolare di circa 6 - 7 mm, il frammento
è stato inglobato in resina termoindurente e levigato. Dopo un primo esame
al microscopio il campione è stato aggredito con alcune gocce di reagente
chimico e quindi riletto al microscopio (fig.11). Le osservazioni hanno
permesso di constatare che gran parte della sezione del reperto aveva
subito l’azione dell’ossigeno e si era trasformata in ossidi (figg.
12,1-2). Nonostante la notevole alterazione, l’esame ha rivelato che gli
ossidi mantenevano ancora la disposizione degli strati di ferro della
fucinatura simmetrica sui quattro lati (fig. 13,1). È stato inoltre
verificato che il ferro residuo conteneva un basso tenore di carbonio
(ferro dolce).
Il nodulo ferroso, invece, è stato
sottoposto sia ad analisi metallografica sia ad analisi chimica mediante
spettrofotometria di assorbimento atomico. Per eseguire quest’ultima è
stato polverizzato un campione e dissolto in perla di borace. Le analisi
hanno permesso di constatare la presenza di wustite (ossido di ferro) e di
fayalite (silicati di ferro) in matrice vetrosa (fig. 13, 2) nonché di
particelle di ferro metallico e di definire il reperto come scoria della
lavorazione del ferro.
Per il lingottino è stata accertata
mediante la spettrofotometria ad assorbimento atomico la presenza del
92,3% di piombo, il 6,5% di rame e lo 0,46% di ferro. L’analisi ha quindi
chiarito che si trattava di un lingottino composto prevalentemente da
piombo, materia prima utilizzata sia per ottenere leghe ad alta colabilità
sia per la produzione a getto di manufatti di piombo.
D.P.
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I materiali |
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Il restauro e le analisi operate sui
manufatti provenienti dallo scavo della casa seminterrata hanno permesso
di identificare con maggior precisione gli oggetti rinvenuti, il loro
livello di finitura e di usura. Questi possono essere raggruppati, secondo
il grado di lavorazione, in quattro ampie classi:
- oggetti finiti usati, interi e
frammentari, tutti di bronzo eccetto una fusaiola di piombo;
- oggetti finiti probabilmente non
usati di ferro e di bronzo;
- semilavorati di bronzo, di ferro e
anche di piombo;
- residui della fusione del bronzo e
del piombo e della lavorazione del ferro.
Gli oggetti finiti erano utensili (un
coltello, un’ascia e una fusaiola, un’incudine), parti di recipienti (un
manico di situla) e oggetti di ornamento (uno spillone, alcune fibule,
applicazioni di cintura, pendagli).
Tra gli oggetti appartenenti alle
ultime due classi, numerosi sono i lingottini, i semilavorati quali
verghette, piattine (barrette o nastri ottenuti per laminazione), masselli
di ferro (blocchi ottenuti per battitura; fig. 15, 2) e di bronzo (blocchi
ottenuti per fusione; fig. 16, 1-3): si tratta di materiali pronti per
essere immessi, tutti o in parte, nel ciclo di lavorazione. In numero
significativo sono le scorie o i residui della fusione quali grumi,
gocciolature, sbavature, boccami di fusione (appendice di metallo che si
forma nella cavità della matrice in cui viene colato il metallo fuso)
(fig. 16, 4-5) ed elementi laminari dovuti probabilmente allo svuotamento
del crogiolo (la superficie inferiore riproduce l’impronta della terra su
cui sono stati colati, quella superiore è invece piana con i bordi
arrotondati) (fig. 16, 6).
Questi materiali testimoniano, dunque,
i prodotti iniziali e finali del ciclo di lavorazione dei metalli.
Il riconoscimento, attraverso l’opera
di restauro, delle forme originali degli oggetti ha consentito di rivedere
l’interpretazione di quei manufatti rotti o non più funzionali ritrovati
all’interno del vano, la cui frammentazione era stata imputata, in via
preliminare, alle azioni conseguenti al crollo. Tra questi sono
particolarmente significative le lamine di bronzo, alcune delle quali
accartocciate e ribattute, interpretabili come frammenti di recipienti
(situle, ciste o tazze) e di ornamenti, che conservano ancora rivetti
inseriti.
Il loro numero cospicuo sembra
testimoniare la pratica di recuperare e immagazzinare gli oggetti rotti
per riciclarli.
Anche alcuni dei pochi oggetti
cosiddetti “finiti” possono essere interpretati in ugual modo. È il caso,
ad esempio, dell’immanicatura di bronzo, ritenuta sullo scavo parte non
montata di un coltello. Solo attraverso la radiografia si è potuto
accertare che questa conservava all’interno il codolo della lama in ferro:
poteva essere quindi interpretata come un frammento di un grande
coltellaccio, rotto durante l’uso, smontato forse per essere rifuso
separando gli elementi di ferro da quelli di bronzo.
Altri oggetti in attesa di rifusione
erano probabilmente alcuni reperti più antichi di almeno un secolo
rispetto agli altri, come ad esempio uno spillone con capocchia a due
globetti quasi integro.
Solo alcuni dei manufatti “finiti”
erano infatti presumibilmente in uso al momento dell’incendio: tra gli
oggetti di ornamento per esempio, le fibule tipo Certosa e quella con arco
serpeggiante, l’anello da cintura e il pendaglio a secchiello, fra gli
utensili la fusaiola. Due utensili, invece, non dovevano verosimilmente
essere stati ancora usati come il manico di bronzo e l’ascia a cannone di
ferro. Il primo, infatti, non presenta segni di usura all’interno dei
riccioli di attacco e la seconda non conserva traccia del manico in legno.
Si tratta quindi di oggetti nuovi da montare.
La registrazione in pianta degli
oggetti ha permesso di verificare che essi erano dispersi alla quota
pavimentale in una stretta fascia a ridosso delle pareti e negli strati di
crollo delle strutture interne ed esterne (figg. 14 e 19). In base alla
posizione di ritrovamento, si può desumere che essi, al momento
dell’incendio, erano sistemati e immagazzinati, probabilmente lungo le
pareti del vano interrato, forse appesi in sacchetti o sistemati su
mensole, in particolare quelli di ferro nella metà nord, mentre erano
collocati in un ambiente fuori terra, presso il lato sud ovest, quelli di
piombo.
Abbiamo dunque individuato negli
oggetti esaminati la testimonianza di una attività attinente alla
lavorazione dei metalli e, nella loro dislocazione, elementi utili a
ricostruire la loro collocazione originaria all’interno della casa.
Si pone ora il problema di individuare,
a livello ricostruttivo ed ipotetico, l’ubicazione dell’area di
lavorazione ed il tipo produzione che si svolgeva a Montereale Valcellina
nell’età del ferro.
S.C.
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La lavorazione dei metalli: Il rame |
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Il percorso che nella protostoria
faceva il minerale per essere trasformato in manufatti comprendeva due
grandi fasi: l’estrazione del metallo dai minerali e la lavorazione del
metallo per renderlo adatto alla produzione di utensili, armi, ornamenti,
ecc.
I metalli di gran lunga più importanti
nell’età del ferro, e ben rappresentati a Montereale, sono il rame
componente assieme allo stagno del bronzo ed il ferro. L’estrazione del
rame dai minerali implica dei procedimenti di lavorazione diversi da
quelli seguiti per il ferro.
La roccia cuprifera (malachite,
cuprite, azzurrite, calcopirite e rame grigio) veniva dapprima frantumata.
Si separava poi manualmente il minerale dalla ganga sterile. Il materiale
così selezionato veniva in qualche caso macinato e lavato su piani
inclinati con acqua, per separare ulteriormente i granelli di minerale dal
materiale sterile (fig. 20).
Alla fine di questo processo, i
minerali venivano trattati ad alte temperature nelle fonderie primarie al
fine di estrarne il metallo contenuto (fig. 21). Queste erano sistemate
preferibilmente in località ricche di legna e di acqua, presso la miniera,
raramente nelle vicinanze dell’abitato sia perché i forni rappresentavano
un pericolo per gli incendi sia perché le sostanze gassose liberate
durante la combustione erano velenose. Le fonderie protostoriche
presentavano due aree di lavoro distinte, situate in alcuni casi a quote
differenti.
Nella prima era presente un piano di
arrostimento, una specie di vasca lunga anche diversi metri, nella quale
si procedeva ad una prima cottura del minerale al fine di eliminare lo
zolfo in esso contenuto. La vasca normalmente era delimitata da alte
pietre e coperta di argilla “sgrassata” (mescolata con scorie) in modo da
favorire l’aerazione. Si sistemava il minerale sul fondo e, dopo averlo
ricoperto con legna, si appiccava il fuoco. Conclusa l’operazione si
spegneva il fuoco con acqua e il prodotto veniva portato alla seconda
area.
Nella seconda area c’erano forni -
generalmente di forma quadrangolare - costruiti in pietra. La loro base
era costituita da argilla o da lastre di pietra. Erano disposti per lo più
in batteria e di norma non superavano il metro di larghezza. Questi
venivano caricati alternando strati di minerali, carbonella e materiali
che aiutavano a raggiungere la fusione (fondenti). Durante la combustione
l’ossigeno che doveva essere sottratto al minerale si combinava con il
carbonio del combustibile producendo anidride carbonica; altre impurità si
separavano dal metallo allo stato fluido sotto forma di scoria. Quanto si
otteneva era un pane di rame greggio. In qualche caso prima di raggiungere
un quantità di metallo utile, erano necessarie diverse “cotture”, infatti,
quando il contenuto di rame nelle scorie era troppo alto, queste venivano
frantumate e sottoposte nuovamente al processo di arrostimento e di
riduzione. Il metallo ottenuto nelle fonderie primarie poteva in seguito
essere trattato in altri siti.
Il rame unito con altri metalli
(arsenico, stagno, piombo) forma leghe con caratteristiche chimico-fisiche
diverse: il bronzo arsenicale, il bronzo ed il bronzo al piombo.
L’uso delle leghe ha rappresentato un
passo fondamentale nella metallurgia delle prime età dei metalli.
L’aggiunta di arsenico, migliorava la durezza e abbassava il punto di
fusione. Più tardi, l’aggiunta di stagno, invece, aumentò la malleabilità
e la durezza del manufatto che poteva essere lavorato per martellatura o a
getto a seconda delle percentuali degli elementi in lega. L’aggiunta di
piombo, avvenuta in un periodo ancora più tardo aumentò la colabilità
della lega allo stato fuso (capacità di adattarsi alla forma prescelta) e
abbassò la temperatura di fusione.
Gli antichi fabbri conoscevano molto
bene le caratteristiche delle diverse leghe del rame ed erano in grado di
costruire oggetti, come ad esempio le fibule, assemblando singoli elementi
(arco, fermapieghe e globetti decorativi) prodotti con leghe differenti
l’una dall’altra a seconda della funzione della parte.
Il rame e alcune delle sue leghe
potevano essere lavorati per martellatura, colpendo cioè con il martello
ripetutamente fino a conferire all’oggetto la forma desiderata.
Molti oggetti invece erano realizzati a
getto: il metallo veniva raccolto in un crogiuolo di piccole dimensioni,
riscaldato nel forno e, raggiunto lo stato fluido, colato in stampi di
pietra o argilla. All’interno di questi era ricavata la forma in negativo
dell’oggetto da produrre. Le prime forme da fusione erano aperte o coperte
da una semplice lastra (forma “monovalve”) a questo si aggiunsero
successivamente stampi bivalve formati da due parti ognuna delle quali
riproduceva metà dell’oggetto. Nell’età del ferro è certo che alcuni
oggetti erano prodotti con il metodo della “cera persa” e con matrice di
argilla.
Dopo la fusione, l’oggetto veniva
rifinito con battitura a freddo o a caldo e levigato.
D.P.
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La lavorazione dei metalli: Il ferro |
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L’estrazione dei minerali di ferro
(magnetite, ematite, limonite, siderite) avveniva in modo analogo a quello
dei minerali di rame. La produzione di ferro, invece, era ottenuta con il
metodo diretto cioè passando da minerale grezzo a ferro solido (processo
di blumeria) (fig. 22). Il ferro infatti per raggiungere il punto di
fusione necessario per separare nettamente il metallo dagli altri
componenti del minerale non utilizzabili, ha bisogno di temperature
altissime (1537 °C) non ottenibili nei forni antichi.
Nel caso del ferro, quindi, roccia e
ganga venivano rimosse, sotto forma di scoria, portandole ad uno stato di
viscosità ottenibile, attraverso l’aggiunta di fondenti, ad una
temperatura intorno ai 1150 °C.
La riduzione avveniva in forni che
garantivano un’atmosfera ricca di ossido di carbonio, liberato dal carbone
(atmosfera riducente) e povera di ossigeno. La presenza di quest’ultimo,
infatti, avrebbe riossidato il metallo cioè ricondotto alla sua condizione
minerale. Da questo processo si otteneva un blumo cioè un grumo di metallo
con basso contenuto di carbonio, dall’aspetto spugnoso, ricco di impurità.
Queste venivano eliminate solo successivamente con la fucinatura per
riscaldamento e martellatura.
Il ferro dolce che così si produceva
veniva forgiato per ottenere oggetti di ornamento, utensili e armi che
però avevano una durezza molto scarsa. È incerto se nell’età del ferro
avanzata, nelle nostre regioni, i metallurghi fossero in grado di ottenere
l’acciaio (ferro e carbonio), molto più duro del ferro dolce. Questo
poteva essere ricavato per “cementazione” battendo l’oggetto di ferro su
fuoco di carbone di legna: in questo modo esso si arricchiva in carbonio
sottraendolo sia al combustibile che all’ossido di carbonio sprigionato
dalla combustione. La durezza poteva essere aumentata ulteriormente
attraverso la tempra (raffreddamento rapido in acqua del ferro
arroventato). Questa tuttavia ne aumentava anche la fragilità. Un
successivo riscaldamento a temperatura di circa 700° C (trattamento di
rinvenimento) eliminava questo inconveniente.
Solo con un opportuno trattamento il
ferro poteva costituire una valida alternativa al bronzo per la
fabbricazione di oggetti d’uso.
Dopo aver ripercorso le fasi di
lavorazione dei metalli e indicato le strutture e gli oggetti peculiari di
ogni singolo processo, sembra possibile trarre le seguenti conclusioni:
data l’assenza di notevoli quantità di scorie e resti di forni nelle altre
aree di scavo dell’abitato, pare lecito affermare che sul terrazzo di
Montereale Valcellina, non veniva effettuata la lavorazione dei minerali.
Avevano probabilmente luogo nell’abitato, come in abitazioni di altri siti
coevi (Oderzo, Santorso, San Giorgio in Valpolicella e Santa Lucia) alcune
fasi della lavorazione dei metalli che prevedevano la pratica del
riciclaggio, forse ad opera di uno o più residenti o forse di artigiani
itineranti.
In assenza di più precise attestazioni
(forme di fusione e focolari da forgia) resta comunque incerto se tali
attività venissero svolte nell’edificio di Via Castello (di cui il vano
interrato costituisce il magazzino in cui venivano riposte le riserve), e
che tipo di lavorazione venisse effettuata, se cioé si producessero
oggetti metallici o ci si limitasse a modeste attività di riparazione di
manufatti rotti o ci si occupasse della tesaurizzazione e dello scambio di
materiale di notevole pregio economico.
La presenza di piombo sotto forma di
colature o lingottini potrebbe testimoniare sia la produzione di oggetti
di questo metallo (come ad esempio la fusaiola), sia la produzione di
oggetti di bronzo: l’utilizzo del piombo in lega col rame ne aumentava
infatti la colabilità e quindi ne rendeva più facile la lavorazione. Il
piombo poteva essere anche utilizzato per interventi di restauro di
oggetti di bronzo come testimoniato in insediamenti coevi. Vi sono pure
indizi di alcune fasi della lavorazione del ferro, come ad esempio la
battitura dei masselli e delle barrette: un ulteriore indizio è la
presenza del corno, usato per l’immanicatura degli oggetti.
D.P., S.C.
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I giacimenti minerari |
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Minerali e miniere in Friuli
Le fonti scritte
I primi documenti che testimoniano
l’attività mineraria in Friuli risalgono all’epoca romana; in essi
Strabone (64 a. C. - 19 d. C.) riporta la notizia della presenza di
giacimenti auriferi non lontani da Aquileia soggette all’Impero Romano.
Anche Plinio cita la presenza di rilevanti quantità di oro nelle vicinanze
di Aquileia e sui Monti Taurisci (del Norico).
Purtroppo non si hanno testimonianze
sull’attività mineraria in Friuli fino al 778, anche se è lecito pensare
che non ci siano stati periodi particolarmente lunghi di inattività.
Con questo importante documento, il
Duca franco Masselio donò al Monastero di Sesto il castello ed il
villaggio di Forni (Avoltri), compresi i diritti sulle miniere di ferro e
rame:
“...dono praedictae sanctae Ecclesiae
sita in loco Sexto seu vobis beato abbati et monachis propter remedium pro
domino nostro Carolo et anima ei remedium, villam quae sita est in
montaneis que dicitur Furno, cum omni adiacentia vel pertinentia sua, cum
terris, casalis, pratis, silvi, pomicentia, montibus, aquis, astalariis,
caris, curtis, ferro et ramen.”
Nell’anno 1077 l’imperatore germanico
Enrico IV fece dono della contea del Friuli ai Patriarchi di Aquileia, i
quali mantennero i diritti assoluti su tutti i beni siti nel territorio
fino al 16 luglio 1420, anno i cui il Friuli e la Carnia furono
assoggettate alla Repubblica Veneta.
Vaghi cenni riguardanti l’attività
mineraria nella zona di Cave del Predil si hanno già dal 1006, ma
documenti sicuri risalgono solo al 1320.
Un documento del 6 giugno 1328 riporta
una concessione per la realizzazione di forni fusori nei dintorni di
Avoltri.
Nel 1488 il cancelliere per la Patria
del Friuli Antonio Faleschini, scrisse dell’importanza giacimentologica
della Carnia nella sua “De regione carnica illustratio”:
“Carnia sita justa montes metallosos et
conferatur cum totis Italie jugis, nullibi reperiuntum tot genera
metallorum et tam copiosa sicut in Foro Juii”.
Il 13 maggio 1488 il Governo della
Repubblica di Venezia, succeduto ai Patriarchi di Aquileia, pubblicò il
primo regolamento minerario fatto per il Friuli. Con questo documento si
diede fine al selvaggio abusivismo, definendo le proprietà delle miniere.
A quel tempo il filone rame-argentifero di Forni Avoltri era indubbiamente
il più importante del dominio del Friuli.
Verso la fine del XV secolo non pochi
speculatori intrapresero regolari lavori di escavazione, lavori che furono
poi interrotti quando la Lega di Cambrai, promossa da Papa Giulio II nel
1508, mosse guerra a Venezia. La sconfitta di Agnadello (1509) determinò
la fine della politica espansionistica della Repubblica, con conseguente
rallentamento dell’attività mineraria.
Vannuccio Biringuccio, che fu direttore
dei lavori di escavazione sul monte Avanza nel quinquennio 1530-1535,
riporta, nell’importante sua opera “De Pirothecnica”, alcuni studi ed
annotazioni riguardanti le miniere di Forni Avoltri.
In un documento doganale del 3 aprile
1659 si legge:
“...piombo si estrae dalle miniere di
Raibl vicino a Monte Cragno e passa nello Stato Veneto migliaia n° 20 a
Lire 500 il migliaio”.
Allo stesso anno risale anche un
documento con il quale vengono date in proprietà alla nobile famiglia
veneta dei Molin le fucine di Forni Avoltri.
La presenza di tre gallerie nel Monte
Cocco è documentata già dal 1665. Il minerale ferroso-manganesifero che da
queste si estraeva, con molta probabilità veniva portato alle fucine di
Pontebba, importante centro metallurgico fin dal XIV secolo.
L’attività estrattiva in Friuli conobbe
più o meno lunghi periodi di sospensione fino ai primi anni del 1800,
quando fu scoperto un ricco filone cuprifero nel Monte Avanza. I lavori
vennero ripresi nel 1857 e per la costruzione di strade, fucine e
fabbricati, furono impiegati circa 400 operai. Le concentrazioni
metallifere molto diffuse e le ingenti spese portarono, nel 1876, ad una
chiusura delle miniere. Questi anni videro anche un notevole sviluppo
delle miniere del Monte Cocco e di Raibl, con l’apertura di nuove gallerie
ed il potenziamento delle attività.
In quest’ultimo secolo tutte le miniere
della nostra regione videro momenti di fiorente attività alternati a
momenti di triste abbandono.
Le miniere del Monte Cocco, che vissero
un periodo di frenetica attività durante il fascismo, vennero abbandonate
nel 1947, mentre le miniere di Raibl sono rimaste un importante centro
minerario fino al 1991, anno della chiusura. A tutt’oggi solamente le
miniere del Monte Avanza sono definite “area di ricerca mineraria
operativa”.
L.V., R.Z.
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Minerali e miniere in Valcellina e Valcòlvera nella tradizione e nelle note d’archivio |
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La leggenda vuole che, fin dall’epoca
romana, venisse sfruttata una miniera di ferro sita sulle pendici del
monte Fara. Jacopo Valvasone di Maniago nella sua “Descrizione di Maniago”
scrisse:
“..Dall’altra parte verso Tramontana
vengonsi alcune Rovine con molti sotterranei verso il Colvera che dano
inditio di una fabbrica antica, dove più volte s’hanno ritrovate Medaglie,
Tegole, Vasi ed altre reliquie di Antichità. Vedesi poi tra Monti vicini
da una parte, quello di Farra con i vestigi di una miniera di Ferro che
serviva alla detta Città e dall’altra quello di S. Lorenzo”.
Per ciò che riguarda la Valcellina e
Montereale, è interessante quanto riporta Giuseppe Malattia della Vallata
in “Villotte Friulane Moderne” riprendendo un passo di Antonio Zambaldi:
“L’erudito e pregiatissimo Nob. Sig.
Co. Pietro di Montereale si compiacque di significarmi, che due miniere di
sua proprietà, una di ferro e l’altra di rame esistono in Barcis (…),
situata quella di rame nella Pezzedda (…) e quella di ferro posta nel
luogo delle Valli (…)”.
Il Malattia scriveva le sue note nel
1919 e già allora di queste due miniere non si conosceva il luogo preciso
dell’apertura. Il Taramelli poi, interpellato nello stesso anno dal
Malattia, escludeva la presenza di depositi minerari nella zona e riteneva
che “forse vi potranno essere filoni od ammassi di bauxite (minerale da
cui si estrae l’alluminio) come nell’Istria e nell’Appennino Centrale e
borre di ferro limonitico, come nel gruppo analogo del Triglav-Pokluka,
nella Sava, ecc.”
Gustosa è una vicenda che ha lasciato
traccia nei documenti degli inquisitori di Stato della Repubblica di
Venezia con il titolo “1740. Inditji di miniera e sabbia d’oro in Friuli
sotto Pordenon nel Comun di Barse”.
Nel settembre del 1740 Bortolomio Demit
del Comune di Barcis “qual fa per sua profesion, con tutto il rispeto che
si deve a V.E. mi sia permesso, mulatier”, va a Pordenone dal conte
Richieri e gli lascia in custodia un sacco di terra raccolta
“ascosamente”. Ne porta con sé una certa quantità “per mostra”, e il
sabato 24 settembre sale “nella barca di Pordenon” e si reca a Venezia
dove, insieme con un suo compagno, contatta alcuni orefici e viene
contattato da un certo Pellegrin Prandini, fenestrer e informatore della
Serenissima, che lo sta seguendo e tenendo d’occhio. Si accorda con lui
per la vendita della preziosa terra [pirite] per “ducati ottanta al mier
per quanta ne avesse portato”.
Il mulatier torna allora a Pordenone.
Ma, mentre egli si trovava a Venezia con la sua “terra aurifera”, dal
Richieri era capitato Nicolo Cigoloti mercante di legname abitante a
Montereale, il quale aveva da poco comperato un bosco proprio nella
montagna dove era stata “raccolta detta terra”. Il Cigoloti ne aveva
riconosciuto immediatamente tipo e provenienza ed aveva convinto il
Richieri a tenerla nascosta per poi gettarla via: “e se il soprascrito
vilan avesse preteso qualche cosa” egli “li avaria reso conto”.
Non solo, subito dopo “il sudetto
Nicolo - così continua l’informativa del Prandini - si partì da Pordenon e
si portò nel Comun di Barse (…), fece riunire la Vicinia e passar una
parte [delibera] che in pena della vita: che alcun non dovesse tocare
detta terra, né fare consapevole a qualunque persona perché, se tal cosa
venisse data in lume al Serenissimo Principe, saria un danno notabile al
sudetto Comun, perché si perderia la sudetta montagna e anco il bosco qual
il sudetto Nicolo aveva comprato dal Comun, così che diede da intendere
che saria spianato ogni cosa”.
Il Prandini da “Umilissimo,
Devotissimo, Fedelissimo servitore” aggiunge una annotazione per noi
interessante: “ho potuto rilevare bensì [che] costui al suo ragionare
mostra di avere gran cognitione non solo di cotesta terra ma anco di altri
minerali che si atrova nascosti in altre Parte circonvicine”.Dove?
Bisognerà pur verificare la ‘spiata’ del ‘fenestrer’!
A.C.
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Origini della lavorazione dei metalli nel Friuli occidentale |
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Fino ad oggi è stata opinione diffusa
che, per la fabbricazione di manufatti dell’età del bronzo o del ferro,
siano stati utilizzati minerali metallici provenienti dal Veneto, Trentino
o dalle vicine regioni austriache e slovene. La presenza di resti
riferibili al ciclo di lavorazione dei metalli nei villaggi dell’età del
ferro del Friuli - Venezia Giulia, come anche del Veneto e dell’Alto
Isonzo, fa però ora supporre, che potessero venire sfruttati anche piccoli
giacimenti situati a breve distanza dagli abitati.
Un particolare interesse riveste
l’origine della lavorazione del ferro nella zona tra Montereale Valcellina
e Maniago. Sono stati infatti ritrovati indizi che testimoniano che la
lavorazione del ferro fosse un’attività praticata anche in età romana,
nelle ville rustiche dei magredi fra Cellina e Meduna, ed in età
protostorica, a Montereale Valcellina.
È molto probabile che le popolazioni
antiche non facessero alcuna selezione dei minerali metalliferi che
venivano lavorati per ottenere i manufatti desiderati.
È certo che venissero sfruttati anche
piccoli giacimenti fino al completo esaurimento del prezioso metallo.
Infatti, se si esaminano le documentazioni esistenti, si potranno notare
le molte testimonianze che citano fucine per la lavorazione dei minerali
ferrosi in aree in cui questi metalli non sono particolarmente abbondanti.
Non è quindi da escludere, che in epoca antichissima, vi fosse uno
sfruttamento minerario a carattere locale in molte zone circostanti
Montereale.
Studi ancora in corso cercano di
mettere in luce le principali caratteristiche geomorfologiche delle zone
nelle quali potevano essere costruiti dei forni fusori. Indispensabile
doveva essere la vicinanza di corsi d’acqua, di vegetazione per il
reperimento del legname e la possibilità di reperire fluidificanti quali
ossidi di ferro, ossidi di manganese, fluorite, conchiglie, calcite e
dolomia.
Recentissimo è il ritrovamento di un
deposito con noduli ad alto tenore di ferro, alle spalle di Montereale in
località Teis, che potrebbe testimoniare un antico giacimento, dal quale
le antiche popolazioni avrebbero potuto estrarre il minerale.
L.V., R.Z.
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I giacimenti in località Teis |
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La realtà geologica della fascia
pedemontana del Friuli occidentale non presenta alcuna formazione rocciosa
indiziata per la presenza di giacimenti “primari”, anche se limitati, o
manifestazioni in genere, del metallo.
Un’alternativa valida potrebbe invece
trovarsi nella genesi “secondaria” del ferro, per processi di
laterizzazione. Infatti le rocce carbonatiche (formazione dei calcari del
Cellina) ampiamente diffuse alle spalle di Montereale Valcellina e di
Maniago sono molto carsificabili come dimostra la morfologia degli
affioramenti e, in genere, dei rilievi.
In condizioni climatiche spinte,
subtropicali (diverse dalle attuali ma accertate in tempi geologici
passati ma anche relativamente recenti, come ad esempio in uno stadio
interglaciale) l’elevata dissoluzione dei calcari avrebbe permesso la
concentrazione residuale dei minerali insolubili (i calcari non sono quasi
mai puri) sul fondo di doline, inghiottitoi, depressioni carsiche in
genere, con l’accumulo conseguente di terre rosse.
Questi ultimi depositi sono oggi ben
diffusi nei rilievi pedemontani e ben localizzabili. Di notevole
interesse, ai fini nella nostra ricerca, è quello recentemente individuato
sulle pendici orientali della pala d’Altei: all’interno del deposito ci
sono frequenti e ben separabili masserelle e noduli bruno-rossastri di
dimensioni centimetriche e di composizione essenzialmente limonitica che,
all’analisi chimica, hanno rivelato tenori in ferro superiori al 60%.
Questi elevati valori, assieme ad una
paziente ricerca e cernita dei noduli volta ad una concentrazione e ad un
arricchimento manuale del minerale, potrebbero giustificare un’attività
locale di estrazione e lavorazione del ferro sfruttando manifestazioni
minerarie la cui coltivazione sarebbe oggi impensabile ma che in epoca
preromana poteva trovare giustificazione.
G.B.C.
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L’interpretazione storica dei dati |
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Gli esami condotti sugli oggetti metallici e lo studio delle problematiche che abbiamo dovuto affrontare ci hanno consentito di ottenere alcuni importanti risultati: restano però ancora aperti alcuni fondamentali interrogativi.
Al primo quesito che ci siamo posti
possiamo rispondere, basandoci anche sui dati già raccolti nel corso delle
indagini condotte a partire dal 1984, che nella casa abitava e svolgeva
una serie di attività uno dei gruppi familiari di cui era composta la
popolazione della Montereale dell’età del ferro. L’abitato protostorico
che dalla fine del II millennio a. C. si sviluppò sul terrazzo allo sbocco
in pianura del Cellina, ebbe una lunga vita (fino al I sec. a. C.) (fig.
25) e dovette raggiungere nel periodo di massimo sviluppo alcune centinaia
di abitanti; è plausibile che esso debba essere identificato con Caelina,
annoverata tra le città venete scomparse dallo storico latino Plinio.
Come ci confermano i frammenti ceramici
del II - I secolo a. C. recanti segni scrittori incisi, rinvenuti poco a
nord della casa, quasi sicuramente gli abitanti comunicavano tra loro in
venetico. Questa lingua, affine al latino, era parlata dalle popolazioni
del Veneto antico le cui città principali erano Este, Padova, Treviso,
Oderzo, Concordia. Come appare sempre più chiaramente dai recenti
ritrovamenti, era anche l’unica lingua scritta usata dalle popolazioni,
forse etnicamente miste, che abitavano il Friuli nella tarda età del
ferro. Plinio nella sua descrizione del territorio della X Regio augustea,
compiuta partendo da occidente, menziona Caelina per ultima tra le città
venete: questa zona costituiva quindi, molto probabilmente, nell’età della
romanizzazione, una delle frange più orientali del territorio controllato
dai Veneti.
Gli oggetti metallici rinvenuti nella
casa di via Castello, come alcuni reperti provenienti da altre zone
dell’insediamento, suggeriscono che anche nella matura età del ferro
questo fosse un territorio di frontiera, in cui vivevano popolazioni che
avevano notevoli affinità ed intrattenevano stretti rapporti con altre
genti alpine. Essi ci permettono anche di affermare che il villaggio era
situato su un importante itinerario che collegava le città del Veneto con
località situate attualmente in Austria e nella Slovenia settentrionale
dove si ritiene che i Veneti si approvvigionassero di sale e di metalli
(rame, piombo, ferro), scambiandoli con i loro prodotti: lo studio della
tipologia degli oggetti ci permette, infatti, di determinare, oltre alla
loro cronologia, l’ambito culturale (facies) di cui erano caratteristici
ed, in alcuni casi, il centro in cui venivano fabbricati. Vi figurano per
esempio oggetti, come lo spillone (fig. 26, 1), prodotti molto
probabilmente nel circondario di Este, ma esportati anche in Austria e a
Caporetto nell’alta valle dell’Isonzo (gruppo di S. Lucia di Tolmino),
altri (il coltello a manico pieno e pomo globulare, fig. 26, 7-8) presenti
quasi esclusivamente nel territorio veneto; oggetti come l’ascia a cannone
di ferro (fig; 26, 2), sono invece caratteristici dell’area slovena, ma
documentati, soprattutto nelle tombe, nell’Austria centro meridionale
(cultura halstattiana); oggetti di ornamento quali la fibula serpeggiante
(fig. 26, 6) e il pendaglio a secchiello (fig. 26, 3) si rinvengono in
tutto il territorio compreso dall’attuale Lombardia (civiltà di Golasecca)
all’alto Isonzo fino all’attuale Slovenia; di altri oggetti (per esempio
la fibula Certosa con costolatura, fig. 26, 4) sappiamo che erano usati
sia dalle popolazioni della penisola balcanica settentrionale che
dell’Italia centrosettentrionale, di altri che erano entrati a far parte
del patrimonio decorativo etrusco, in questo periodo esportato anche in
area padana alpina e transalpina (il pendaglio ad ochette, fig. 26, 5).
Per rispondere al secondo quesito
diremo che la tipologia della maggior parte dei manufatti metallici presi
in considerazione ci riporta ad un periodo che può essere compreso tra il
V e gli inizi del IV secolo a.C.. Fanno eccezioni pochi oggetti più
antichi (ad es. lo spillone) forse raccolti per la rifusione; i manufatti
che sono più comuni verso la fine di questo periodo (ad esempio la fibula
Certosa con nodulo) sono stati raccolti negli strati di degrado delle
strutture esterne della casa, sovrastanti ai livelli di crollo. Potremo
quindi affermare, che il nostro ambiente interrato, frequentato
probabilmente per un periodo abbastanza breve nel corso del V secolo a.C.,
venne distrutto dall’incendio in una data che possia-mo collocare tra il
tardo V e gli inizi del IV secolo. Una maggior precisione nella datazione
sarà possibile dopo lo studio dei recipienti ceramici e degli altri
oggetti rinvenuti.
Per offrire invece una risposta
all’ultimo quesito, riguardante il motivo dell’incendio, sarà necessario
proseguire l’analisi della documentazione raccolta.
S.V.
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Materiale concesso gentilmente dal sito di Trieste.